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Traccia Pastorale 2011-12 PDF Stampa E-mail
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“Alzati e cammina”

 

Alla luce della realtà che stiamo vivendo, e in sintonia con il cammino della Chiesa Italiana impegnata sul vasto tema della “educazione”, in questo nuovo anno pastorale vorremmo orientare il nostro sguardo e il nostro impegno in modo particolare sulla realtà della famiglia.

Per avere una visione più ampia della realtà per la quale intendiamo impegnarci, dobbiamo tener conto di una duplice prospettiva: lo sguardo della Parrocchia verso le famiglie e quello delle famiglie verso la Parrocchia. 

Anche quest’anno sarà una pagina biblica a sostenere e guidare la riflessione sul tema scelto:  è un brano tratto dal Vangelo di Giovanni:

Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato. Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?». Gli rispose il malato: «Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». E sull’istante quel’uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare.(Gv 5, 5-9)

 

Il malato al quale Gesù si rivolge sembra essere in quella condizione da molto tempo, e dal suo racconto si deduce che mai nessuno si è preso cura di lui. La domanda che Gesù gli rivolge sembra quasi banale, ma in realtà tende a scuotere il malato dalla sua rassegnazione: “Vuoi guarire?”. E’ un modo per dirgli che non è possibile compiere il miracolo  se egli stesso non avverte il desiderio di uscire da quella situazione. 

In realtà, la rassegnazione, lo sconforto, la sfiducia, sono un grande ostacolo;  a volte, ci si condanna da soli ad una vita senza prospettive e senza desideri.

Ma la situazione nella quale si ritrova il malato del nostro racconto, rivela anche un’altra grande sofferenza umana, quella della solitudine: “Non ho nessuno…”. Sappiamo per esperienza quanto sia importante incontrare qualcuno che mostra attenzione verso la nostra situazione,  perchè è ancora più doloroso vivere la propria sofferenza in completa solitudine, tra l’indifferenza di chi ci sta accanto.

 

A quell’uomo, malato da tanti anni e solo, Gesù offre la guarigione in modo quasi perentorio, con un comando: “Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina”. C’è da chiedersi perché il malato deve portare con sé quel lettuccio al quale è stato incatenato per tanti anni. Ma se Gesù lo chiede, un motivo ci sarà. Probabilmente, il significato è da cercare in quello che il lettuccio rappresenta per il malato: è il segno tangibile della sua sofferenza, il segno della sua immobilità.  E’ come se Gesù gli dicesse: non è la sofferenza che deve portare te,  ma sei tu che devi portare la sofferenza e camminare. Questo possibile significato illumina di una luce particolare questo brano:  non dobbiamo permettere alla sofferenza di condizionare la nostra vita, ma è il nostro desiderio di vivere che deve saper gestire la sofferenza.

 

La scelta di legare questo brano biblico al nostro tema, chiede di saperlo leggere attraverso il suo simbolismo. Il malato adagiato, immobile sul suo lettuccio, possiamo interpretarlo come un riferimento alle tante famiglie chiuse e rassegnate ad una vita che sembra non offrire più prospettive.  Sono molte le famiglie nelle quali, ormai, marito e moglie non dialogano più, o nelle quali genitori e figli non si comprendono più da tempo. Ci sono famiglie nelle quali il padre o la madre si sentono umiliati perché hanno perso il posto di lavoro e non sanno come assicurare il domani ai loro figli.  Allo stesso tempo, ci sono famiglie che, visitate dalla malattia o da una morte improvvisa, sono cadute nel panico. Non possiamo dimenticare poi, le famiglie nelle quali uno dei genitori è andato via perché catturato da una nuova avventura di cuore.

 

A tutte le famiglie, soprattutto a quelle che vivono situazioni di sofferenza, Cristo rivolge con tono deciso lo stesso invito rivolto al paralitico: “Alzati, e cammina”.  Per le nostre famiglie, la parola di Gesù esorta a non chiudersi fra le mura di casa, piangendo sulle proprie sventure.  Essa suona come un monito rivolto a tutte le famiglie perché, proprio nel momento della sofferenza, abbiano un sussulto di fiducia e riscoprano la dignità e il valore della famiglia, nonostante tutto.

Vorremmo che quest’anno fosse la nostra Parrocchia a prestare la sua voce a Cristo per parlare alle nostre famiglie ed esortarle, come al paralitico: “Alzati, e cammina”.  E’ una responsabilità che non possiamo disattendere, ma che impegna tutti quanti a mettere al centro della nostra riflessione e del nostro lavoro le famiglie della nostra Parrocchia.

 

La riflessione e l’impegno, come si accennava all’inizio, dovrà muoversi su un duplice sguardo. Il primo è quello della Parrocchia verso le famiglie. Esso deve aiutarci a prendere atto di quante difficoltà minacciano oggi la vita familiare. Sono minacce a volte visibili, ma a volte nascoste.  Ci sono famiglie dove ormai da tempo non regna più la serenità e tutti cercano di fuggire.

Tuttavia, pur se consapevoli che ci sono situazioni più grandi di noi, non possiamo ignorare la responsabilità di una Parrocchia che non può restare sorda al grido silenzioso di tante situazioni.

Allo stesso tempo, però, dobbiamo saper riconoscere e benedire Dio per la ricchezza di tante famiglie che, nella loro semplicità, sono testimonianza di rapporti fondati sulla fiducia reciproca e su una fede sincera.

Ma c’è un altro sguardo, necessario alla nostra riflessione: quello delle famiglie verso la Parrocchia.  Questo sguardo ci permette di prendere in considerazione tutte quelle famiglie che, per i motivi più diversi, si affacciano in Parrocchia, ma senza lasciarsi coinvolgere.  Sono molti, infatti, i genitori che, pur affidando alla Parrocchia i propri figli, lasciano che siano solo essi ad entrare, mentre loro preferiscono fermarsi sulla soglia, o addirittura ne restano fuori.   Ma sappiamo che Dio ci affida tutti, non solo coloro che entrano, ma anche quelli che restano fuori.  E anche se i risultatipossono a volte smentire il nostro impegno, dobbiamo continuare a fare tutto quello di cui siamo capaci, affidando a Dio tutti coloro che non riusciamo a coinvolgere o raggiungere.

 

A questo punto della Traccia, la domanda è: come tradurre concretamente questa attenzione nel nostro cammino pastorale? La finalità della Traccia è solo quello di indicare la strada che si vuole percorrere e mostrarne la mèta. Senza lasciarci prendere dall’ansia dei grandi risultati, come il contadino, dobbiamo avere solo la premura e la pazienza di seminare, lasciando che sia Dio a far germogliare il seme.  Per quanto è importante saper individuare gli strumenti concreti con i quali lavorare, è ancora più importante che tutta la comunità sia convinta della scelta che abbiamo fatto.

Dobbiamo essere capaci anche di scelte  coraggiose, e se necessario, anche impopolari.  La Chiesa non è un’azienda che mira a piazzare un prodotto sul mercato. Nessuno dovrà scoraggiarsi di fronte agli insuccessi. Spesso, la passione per un obiettivo, è lo strumento più efficace per raggiungerlo.

 

Ci torna utile, a conclusione di questa traccia, un’affermazione attribuita a Dom Helder Camara, vescovo e teologo brasiliano: «Se si sogna da soli, è solo un sogno. Se si sogna insieme, è la realtà che comincia». 

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