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La fine di un anno… per iniziarne uno nuovo PDF Stampa E-mail

           Alla fine di un anno pastorale, mentre avvertiamo la fatica del cammino percorso, sentiamo il vivo desiderio di esprimere al Signore la nostra gratitudine per tutto quello che in questo tempo abbiamo realizzato, convinti che “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc 17,10).

            La finalità di questo nostro incontro, alla fine di un anno pastorale, piuttosto che limitarsi ad una verifica sul già fatto, vuole essere soprattutto un momento di riflessione su quello che il Signore ci chiama a realizzare per il bene di tutti. Infatti, limitarsi alla verifica rischia di diventare solo un bilancio del già fatto. Certamente è importante una verifica sul cammino realizzato, ma solo se fatta nella prospettiva di un cammino da proseguire.

            A questo proposito vi propongo solo alcune riflessioni che, alla luce dell’esperienza vissuta in questo anno, vorrei che ispirassero la prossima tappa del nostro cammino.

1. «Per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti»  (Rm 12,18)

 

            Prima di tutto uno sguardo alla comunità nel suo insieme. Dobbiamo lavorare ancora molto perché tutti, indistintamente, avvertano l’affetto e la responsabilità verso la comunità. Questo implica prima di tutto i rapporti tra le persone, ma sappiamo che si tratta di un’esperienza tanto bella quanto difficile. Il primo passo da fare mi sembra sia quello di imparare a saper leggere il cuore e a non fermare il proprio sguardo sulle  apparenze, “infatti l'uomo vede l'apparenza, ma il Signore vede il cuore" (1Sam 16, 7). Dobbiamo imparare a credere nella bontà delle persone anche dietro la corteccia di modi o parole che dicono il contrario. La serenità di una comunità può nascere solo dalla limpidezza dei nostri rapporti.

            Ciascuno di noi, nel momento in cui viene chiamato ad offrire il proprio servizio, deve avere ben chiara la consapevolezza che, anche se chiamato concretamente dal Parroco, è chiamato da tutta la comunità al servizio della stessa. Solo questa consapevolezza può allontanare almeno due tentazioni: quella del protagonismo e quella del patronato. La prima è la tentazione di chi pensa che essere investiti di una responsabilità sia una sorta di promozione per le proprie capacità o qualità. La seconda è la tentazione di chi intende l’ambito del suo servizio, e a volte anche  le persone, come una proprietà che nessuno deve invadere. Vale la pena ricordare che l’umiltà e la disponibilità, prima ancora di essere delle virtù cristiane, sono capacità umane che ci permettono di vivere sereni e di far vivere sereni anche gli altri.

            Dobbiamo interrogarci anche sul rapporto tra i vari gruppi o le varie esperienze all’interno della Parrocchia. L’impressione è quella di una Parrocchia divisa in settori autonomi, con una struttura propria e persone di riferimento, che svolgono anche bene il proprio servizio, ma che trovano difficoltà a comunicare tra di loro. A volte si è più disposti a sacrificarsi per il bene del gruppo piuttosto che della comunità.

 

2. «era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne»  (Gen 18,11)

           

Da diversi anni, ormai, sia nei documenti ufficiali della Chiesa, sia nei contributi di diversi studiosi, si parla della necessità di passare da una fede “ereditata” ad una fede “proposta”. La percezione è quella di una Parrocchia che, pian piano, si rassegna a diventare sterile, senza alcun desiderio di “partorire” altri alla fede. In una cultura come la nostra, sembra che la Parrocchia abbia ragione di esistere solo perché utile a garantire un certo rapporto con il sacro, ma soprattutto perché utile a riempire quei vuoti lasciati dalle Istituzioni riguardo ai bisogni delle persone. Senza fermarci ad elaborare teorie a questo riguardo, è sufficiente chiedersi come si svolge la vita pastorale della nostra Parrocchia e il rapporto con coloro che si rivolgono a noi solo per chiedere i sacramenti. L’impressone è quella di due comunità parallele: quelli di dentro hanno una struttura ormai ben consolidata, fatta di appuntamenti irrinunciabili, tra celebrazioni e catechesi; quelli di fuori non hanno altra premura se non quella di chiedere e ricevere i sacramenti, possibilmente senza particolari impegni. Si potrebbe dire che può essere anche superfluo programmare un nuovo anno pastorale, perché sappiamo già cosa fare. Ma, se il “già fatto” offre delle garanzie perché non rischia imprevisti, allo stesso tempo, non solo rende sterile la comunità, ma presenta anche delle ambiguità. Quelli di dentro rischiano di vivere la Parrocchia come una sorta di “associazione” nella quale gli iscritti possono vantare dei diritti; quelli di fuori rischiano di trasformare la stessa in un “servizio sociale” al quale rivolgersi per alcune necessità. Allo stesso tempo, le stesse persone che frequentano abitualmente la Parrocchia sembrano legate solo a quello che la tradizione ha ormai consolidato come appuntamenti, ma trova fatica ad assicurare un’assidua e convinta presenza ad altri momenti proposti alla comunità. Non possiamo dimenticare che, alcuni appuntamenti di carattere culturale, o celebrazioni fuori dal consueto, hanno visto scarsa partecipazione, a partire dagli stessi “fedeli” della Parrocchia.

           

3. «Se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio»   (Gv 3,3)

 

Vorrei che cominciassimo a utilizzare termini più appropriati per quanto riguarda l’esperienza del Catechismo e del Cammino di fede. Gli antichi dicevano che nomen est omen, nel nome troviamo il significato di ciò che chiamiamo. Dobbiamo, quindi, cominciare a parlare di Iniziazione cristiana. Il termine Iniziazione significa condurre qualcuno, attraverso dei riti,  a diventare parte integrante di una nuova comunità. Ciò presuppone, da parte di chi è iniziato il desiderio di far parte della nuova comunità. Nel suo significato cristiano significa, sia il desiderio di diventare cristiano, sia quello di far parte della comunità dei cristiani.  La nostra esperienza pastorale, a questo proposito presenta già due limiti: prima di tutto non è il desiderio di diventare cristiani a motivare chi chiede i sacramenti perché si presume già di esserlo; pertanto quello che si chiede è solo un “rito” motivato dalla cultura nella quale viviamo. L’altro limite è quello di vivere i sacramenti solo come fatto personale e familiare, senza alcun riferimento alla comunità della quale si entra a far parte.  Nasce la domanda: dobbiamo continuare ad assecondare le persone perché tanto, il buon senso suggerisce che vale la pena sprecare tempo ed energie?  Oppure abbiamo la responsabilità di aiutare a comprendere che i sacramenti non danno la fede, ma la esprimono? Inutile ricordare che si tratta di una responsabilità che abbiamo prima di tutto nei confronti di Dio.

Anche quest’anno abbiamo dovuto prendere atto di come solo il venti per cento dei bambini che hanno frequentato il Catechismo e il Cammino di fede assicuravano la loro presenza alla Celebrazione domenicale. Inoltre, su un centinaio di bambini che hanno ricevuto la Prima Comunione, solo una trentina hanno continuato a partecipare a Messa nelle Domeniche successive. Se poi affrontiamo il sacramento della Cresima  il problema diventa ancora più serio.

E’ chiaro che tradurre in concreto una simile preoccupazione non è cosa facile, ma è arrivato il momento di sentire viva questa preoccupazione. Cosa dobbiamo fare? Almeno una cosa è chiara: sappiamo da dove cominciare. Dobbiamo cominciare dalle famiglie, dando loro priorità assoluta su tutto il resto. E’ un lavoro che non solo chiede più tempo, ma chiede anche il concorso di più persone. Ancora di più chiede l’impegno di tutta la comunità parrocchiale e non solo dei Sacerdoti.

 

4. Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò  (Mc  10,21)

 

Non è questo il momento e il luogo per fare analisi dettagliate sul mondo giovanile, ma è pur necessario chiedersi quale attenzione la nostra parrocchia riserva ai più giovani. A tale proposito penso sia sufficiente, almeno per il momento, orientare la nostra attenzione su due aspetti.

Dovremmo innanzitutto partire da una domanda: chi sono i ragazzi che ci sono affidati? Quelli che frequentano i luoghi della Parrocchia e partecipano agli incontri organizzati per loro, oppure tutti quelli che vivono nel nostro territorio? Penso che la risposta sia scontata: tutti coloro che vivono nel nostro territorio. Di fatto però, quando noi parliamo e ci organizziamo, inevitabilmente pensiamo solo a quelli che partecipano ai nostri incontri. In questo modo, non solo veniamo meno alla nostra responsabilità, ma rischiamo di fare una sorta di distinzione che diventa inevitabilmente un giudizio: “i nostri ragazzi” e “quelli di fuori”.

Il progetto dell’Oratorio, che stenta a decollare è nato proprio con questa finalità e sarebbe una grande sconfitta per noi se dovessimo rinunciare. Deve essere chiaro che l’Oratorio non è la sala giochi della Parrocchia, così come deve essere chiaro che anche l’Oratorio ha una finalità educativa che si esprime attraverso il gioco. Ma deve essere ancora più chiaro che esso, rispetto al Cammino di fede o al gruppo dei Giovanissimi, è una specie di “sagrato”, un luogo che accoglie tutti, chi decide di entrare e chi decide di rimanere fuori. Concretamente, questo significa almeno due cose. Prima di tutto, l’Oratorio non deve essere appendice di nessun gruppo, ma deve avere un percorso autonomo, slegato da altri cammini. In secondo luogo, essendo anche l’Oratorio esperienza educativa è necessario individuare “educatori” che non si riducano a fare da badanti a quelli che giocano, ma sappiano essere punti di riferimento per i ragazzi e i giovanissimi e, allo stesso tempo, sappiano progettare per loro un cammino, con la stessa responsabilità e la stessa dignità degli animatori o educatori di altri gruppi.

Un secondo aspetto riguarda la questione educativa. Essa è impegno e responsabilità che tutta la Chiesa italiana si è data per il prossimo decennio. Penso che tale progetto tocchi in modo particolare il cammino dei ragazzi e dei giovanissimi. Sarà nostro impegno interrogarci e tradurre concretamente questa esigenza. Tuttavia, un aspetto importante al quale dobbiamo rivolgere particolare attenzione è quello di educare i nostri ragazzi e giovanissimi a sentire vivo il senso dell’appartenenza alla comunità cristiana di cui sono parte integrante. Per questo dobbiamo necessariamente evitare la tentazione di creare rapporti di dipendenza tra il ragazzo e il suo educatore. Sarebbe un grave errore nel processo educativo. Allo stesso tempo, animatori ed educatori devono avere chiara percezione che un rapporto educativo non si esaurisce nel contesto dell’incontro settimanale, ma deve andare oltre, facendo sentire al ragazzo o al giovanissimo l’affetto e la premura per tutto quello che lui è e per quello che fa.

Per quanto riguarda i giovani, se da una parte abbiamo vissuto in questo anno una serena e piacevole esperienza, dobbiamo allo stesso tempo riconoscere che la Parrocchia non ha ancora investito energie sufficienti per stimolare l’ingresso di nuove presenze. Non possiamo rassegnarci a questa situazione. La presenza dei giovani in Parrocchia assume un valore importantissimo per un duplice motivo: i giovani hanno bisogno di trovare un riferimento nella comunità, ma anche la comunità ha bisogno di vedere in loro il proprio futuro.

 

5. Quasi una conclusione

Ci sarebbero tante altre riflessioni da fare e il motivo per cui non tocchiamo altri aspetti della nostra vita parrocchiale è solo per non disperderci in troppe riflessioni. Sarebbe sufficiente, almeno per il momento, concentrare il nostro impegno su quanto abbiamo illustrato. Resta tuttavia una considerazione finale che raccoglie tutto quello che abbiamo detto. Si tratta dell’immagine che la nostra Parrocchia dà di se stessa. E’ importante che la vita stessa della Parrocchia diventi uno stimolo ad entrarvi. Uno stimolo che non è assolutamente affidato alle tante cose che possiamo fare, quanto all’esperienza umana che essa fa vivere a chi vi appartiene. La gente ha bisogno di un luogo dove sperimentare la bellezza della vita, ed essa la si esprime soprattutto nella serenità dei rapporti tra le persone e nella capacità di saper accogliere tutti.

Ma c’è un momento e un luogo privilegiati nei quale la Chiesa rivela ciò che è: il momento della preghiera liturgica. Le nostre liturgie sono per molte persone l’unica occasione per incontrare la propria Parrocchia, e soprattutto per incontrare il Signore. Ma abbiamo ancora molto cammino da fare per rendere le nostre liturgie meno stanche, ripetitive e spesso occasione di infantile protagonismo. A volte si è più preoccupati del chi deve fare, piuttosto del come fare.

Alla luce di queste riflessioni, nessuno deve sentirsi scoraggiato. Al contrario, ciascuno deve sentirsi personalmente sollecitato a dare il proprio impegno e con sincera responsabilità. Ma questo potrà farlo solo chi sente di appartenere non ad una istituzione, ma ad una comunità concreta. Solo quando amiamo veramente siamo capaci di dare il meglio di noi stessi. E’ quello che la nostra Parrocchia chiede a ciascuno di noi: saperla amare per poterla servire.

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